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Watson. Chi è costui?

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Post di Gaetano Lanza.

 

(Watson)

Non ci stancheremo mai di dirlo. Internet ha cambiato il mondo. Le stime parlano di almeno metà della popolazione mondiale connessa in Internet. Un fiume in piena, l’umanità avida di informazioni costanti attraverso personali dispositivi mobili digitali sempre più piccoli. Le APP che spuntano come funghi pronte ad essere scaricate e quindi pronte a illustrare, rispondere, pianificare, al servizio immediato dell’internauta. Il fiume in piena ha ormai travolto anche l’antico e magico rapporto tra il medico e il paziente. Si fa prima ad andare su Google per avere una risposta immediata, magari solo per leggere una dose di un farmaco da assumere, o il valore di un esame, insomma tutto. La ciclopica enciclopedia on line del secolo, Wikipedia, è lì pronta all’uso, pronta ad essere scritta, utilizzata. Chi di noi non è passato per Wikipedia? Uno studio recente (Von Muhlen M, Ohno-Machado L. Reviewing social media use by clinicians. J Am Med Inform Assoc. 2012;19:777–81) ha messo in evidenza che il 70% dei medici osservati usava Wikipedia per trovare informazioni mediche e, di questi, il 93% citava la facilità d’uso come motivazione primaria. A proposito, la parola “Wiki” è hawaiiana e significa “rapido”, si riferisce infatti alla rapidità dell’enciclopedia a poter essere letta, modificate, cancellate, aggiornata. Le enciclopedie storiche cartacee non si vendono più e quelle che vediamo ancora negli studi o negli archivi sono ormai cimeli utili solo a rinforzare gli scaffali che il tempo, terremoto cronico e silente, fa scricchiolare. Ne ho una per ricordo nel mio studio che mi regalò mio padre. Ogni tanto la spolvero. Ho quasi timore, ma rispetto.

In Italia una recente indagine di GfK Health, mastodontico gruppo in Internet di esperti e consumers nel settore della Comunicazione, ha rilevato che quando si cercano informazioni sulla salute, oggi i media digitali rappresentano il canale di informazione di prima scelta. Ad esempio ormai un italiano su due cerca online indicazioni, risposte, che solo pochi anni fa potevano essere forniti solo dal medico di fiducia. I siti web diventano sempre più riferimenti indispensabili, ma anche i blog, i forum e i social media. In forte crescita, sono in particolare, i contenuti video, utilizzati per condividere esperienze di malattia e guarigione. Per alcune patologie, i video rappresentano un terzo di tutti i contenuti digitali ed è in crescita anche l’utilizzo di dispositivi per il monitoraggio della salute.

L’80% dei medici, inoltre, utilizza l’e-remote, o il tele-detailing, sempre il 30% dei medici italiani riceve aggiornamenti scientifici online. Un altro dato vede la crescita rapida dei medici che utilizzano lo smartphone, il 70% rispetto al 50% rilevato nel 2013, mentre un medico su due utilizza il tablet.
Insomma il digitale in tutte le sue forme si è ormai imposto e intercalato tra il medico di fiducia o lo specialista e il paziente o il familiare. L’indagine mette al primo posto col 78% la ricerca in Internet della possibilità di cura per quella malattia, al secondo posto col 45% le informazioni sui farmaci e poi sui medici e centri di eccellenza specializzati al 36% confermando, ma poi anche domande e risposte sui farmaci da banco, sugli integratori, sul mondo del benessere.

Ma allora il digitale è o sarà prima poi causa di divorzio tra il medico e il paziente che si autogestirà sempre di più il proprio benessere e la propria malattia, rivolgendosi al medico o direttamente allo specialista quando Internet glielo indicherà? Sarà il mondo dominato dalle macchine? La fantascienza è già tra noi?

A rinsaldare il rapporto e a dare una dritta e dei paletti alla cosidetta health digital information, corre in aiuto sempre la stessa indagine GfK Health. Non c’è dubbio che in Italia il medico svolga ancora un ruolo. Infatti l’82% delle persone dice di rivolgersi al proprio medico di famiglia, come esperto di riferimento per i problemi di salute, ben il 62% ad un medico specialista e poi c’è il farmacista (37%), come persona informata a cui ci si rivolge in prima istanza.

Risultati di uno studio (Househ M. The use of social media in healthcare: organizational, clinical, and patient perspectives. Stud Health Technol Inform. 2013;183:244–8) indicano che la comunicazione elettronica con i pazienti è in grado di migliorare la loro cura e risultati di salute, ma non sostituisce il ruolo centrale del medico. Diversi altri studi hanno dimostrato che la comunicazione elettronica supplementare è in grado di rinforzare i consigli dei medici e migliora l’aderenza terapeutica nei pazienti con malattie croniche. Un’indagine in pazienti seguiti ambulatorialmente ha rilevato che nel 56% dei casi sono stati utilizzati proprio i social media per funzioni di promemoria, per la pianificazione degli appuntamenti, per i risultati dei test diagnostici, per le notifiche delle prescrizione e per rispondere a domande di carattere generale.

Quindi.

Quindi tra il medico sia esso di medicina generale sia esso specialista e il paziente o il familiare non può non vivere e crescere sempre di più questa nuova creatura digitale del terzo millennio che è la macchina di Turing, se preferite, o il dispositivo digitale, se volete o in un futuro prossimo che è già presente il robot.

Si chiama Watson. Non è quello di Watson e Crick che scoprirono la doppia elica del DNA. Non è quello di Sherlock Holmes. Watson è il nuovo supercomputer che prende il nome dal fondatore di IBM. È stato sviluppato da un team IBM deciso a vincere una grande sfida: costruire un sistema in grado di competere con la capacità, squisitamente umana, di rispondere con sicurezza, velocità e precisione a domande formulate in linguaggio naturale, cioè la lingua parlata, ricca di sfumature, modi di dire e metafore.
Per Watson sono state sviluppate oltre 1.000 tecniche algoritmiche per la raccolta e la valutazione di dati strutturati e non.

Ibm ha annunciato nel marzo scorso un accordo con il governo italiano per il lancio del primo Centro di eccellenza europeo di Watson Health. Verrà realizzato nei prossimi mesi alle porte di Milano nell’area che ospitava l’Expo 2015. L’accordo è stato annunciato nei giorni in cui il premier Matteo Renzi era in visita in primavera scorsa negli Stati Uniti. Una delle tappe in programma era la sede Ibm Watson di Boston.”Investiremo in questo progetto 135 milioni di euro” ha spiegato a Panorama Enrico Cereda, Ceo di Ibm in Italia. ” Insieme al governo puntiamo a realizzare un hub internazionale per promuovere la conoscenza nel campo della genomica, dei Big data, dell’invecchiamento della popolazione e dell’alimentazione”. Il Centro Watson Health fa parte di una collaborazione a lungo termine fra Ibm e il Governo italiano. Nel corso dei prossimi anni verranno arruolati data scientist, ingegneri, ricercatori e progettisti per questo progetto. Si parla di almeno 600 nuovi posti di lavoro. “L’intento” spiega Cereda, “è sviluppare una nuova generazione di applicazioni e soluzioni sanitarie basate sui dati”.

“Molti ospedali americani, primo tra tutti lo Sloan-Kettering cancer center, hanno adottato Watson come medico in corsia” racconta Cereda. Il cervellone di Ibm ha memorizzato milioni di referti medici, tac, immagini, lastre relative a decine di migliaia di pazienti malati di cancro.

“Watson aiuta i medici a formulare le diagnosi e a trovare le cure migliori confrontando alla velocità della luce il caso in esame con tutti quelli in archivio. È stato calcolato che a un dottore servirebbero 10 mila settimane per leggere e capire 10 milioni di casi di singoli pazienti: Watson lo fa in pochi secondi“.

Le applicazioni mediche per la salute spaziano in tutti i campi della medicina. “Watson, per esempio, potrà prevedere fino a tre ore in anticipo una crisi glicemica di un diabetico”. Grazie ad un accordo con il colosso delle tecnologie biomediche Medtronic “potrà analizzare, tramite una app sullo smartphone del malato, i dati inviati dalla pompa insulinica e dal dispositivo che monitora il glucosio indossati dal paziente. Incrocerà queste informazioni con quelle relativi al movimento per mezzo di tracciatori indossabili o i geo-localizzatori di serie sugli smartphone. Dall’analisi in tempo reale di questi dati, potrà avvertire il diabetico prima che abbia una crisi”.

“La creazione del Centro Watson Health in Italia é destinata a incoraggiare lo sviluppo di un ecosistema paneuropeo per affrontare le sfide dei sistemi sanitari e promuovere la ricerca e le start-up nel campo della tecnologia sanitaria.”

Ma intendiamoci. La domanda sconvolgente è la seguente.

Watson o la Macchina potranno mai sostituire l’Uomo e nel caso nostro, l’Uomo che cura un altro Uomo?

Mi permetto di prendere un po’ di tempo e attendere qualche altro post per dare una risposta credibile.

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