FORGOT YOUR DETAILS?

La gravità della pandemia Covid-19 ha giustificato una radicale riorganizzazione del nostro Sistema Sanitario Nazionale con redistribuzione delle risorse strutturali ed umane.

Questi aspetti hanno riguardato anche le discipline chirurgiche di alta specialità come la Chirurgia Vascolare. Per documentare e valutare l’impatto che la pandemia Covid-19 ha avuto sulla nostra disciplina, la SICVE ha promosso un Monitoraggio rivolto a individuare i nuovi assetti organizzativi e clinici che le Chirurgie Vascolari italiane hanno dovuto praticare. Lo scopo di questo Monitoraggio è, quindi, quello di definire l’eventuale difformità di organizzazione dei vari Centri, la contrazione delle attività chirurgiche in elezione (ovviamente riguardo ai casi in Classe A), gli aspetti epidemiologici dell’infezione sui pazienti trattati e sul personale sanitario, nonché la disponibilità dei chirurghi vascolari a prestare servizio presso reparti Covid-19. Questi aspetti verranno valutati anche in ragione della differente diffusione della pandemia sul territorio nazionale e della evoluzione temporale dell’infezione stessa.

Il Monitoraggio è iniziato il giorno 30 marzo e viene praticato settimanalmente mediante un semplice questionario inviato alle UO di Chirurgia Vascolare italiane. I dati vengono raccolti settimanalmente dai Referenti Regionali SICVE che si fanno da tramite per sottoporli al Consiglio Direttivo della Società che provvederà ad elaborarli e pubblicarli periodicamente sul sito della SICVE.

Di seguito alcuni dati preliminari relativi alla prima settimana di Monitoraggio (30 marzo-5 aprile), che rappresentano la risposta di circa il 50% delle UO di Chirurgia Vascolare coinvolte.

Centri che hanno subito riduzione dei posti letto: 79%

Centri che hanno subito riduzione >50% della attività chirurgica in elezione: 84%

Centri che hanno subito chiusura dell’attività chirurgica in elezione: 47%

Ospedali con percorso distino Covid-non Covid per urgenze: 77%

Numero di urgenze chirurgiche globali: 262 casi

Numero di urgenze chirurgiche in casi Covid: 36 casi

Numero di pazienti divenuti Covid+ durante il ricovero: 4 casi

Numero di casi osservati Covid+ con ischemia acuta arteriosa: 40

Numero di medici dello staff divenuti Covid+: 12

Numero di infermieri dello staff divenuti Covid+: 31

Numero di chirurghi vascolari che hanno prestato servizio presso reparti Covid: 78

Si ribadisce che questi dati sono parziali e riferiti esclusivamente alla prima settimana di monitoraggio, ma riteniamo che diano una prima idea di come si sia modificata la nostra attività anche se è prematuro elaborare analisi specifiche.

Grazie alla disponibilità di tutti i Centri e dei Referenti Regionali ci auguriamo di raccogliere dati quanto più completi e che permettano di documentare con precisione come questa infezione ha impattato e sta impattando sulle nostre attività e come potremo riacquistare, speriamo quanto prima, i nostri assetti abituali.

Il Consiglio Direttivo ha già incontrato on line i Referenti Regionali, raccogliendone anche le istanze.

Di questo (aggiornamento Monitoraggio) e di altro ancora in tema di Covid 19 si parlerà in un prossimo Webinar dedicato che la SICVE sta organizzando e che si terrà a breve con l’auspicio di una partecipazione più ampia possibile, vista l’importanza e la portata dell’argomento.

La nostra Segreteria fornirà nei prossimi giorni le modalità di partecipazione al Webinar.

Keep in touch!

Serve cautela, afferma in sostanza il Presidente dell’ISS, Silvio Brusaferro, sia nell’interpretazione delle curve epidemiologiche COVID di questi giorni, sia per indicare formule di ripartenza e di progressivo sblocco del lockdown.

Facciamo nostro anche l’articolo pubblicato su Quotidiano Sanitá del 17 aprile da Grazia Labate, ricercatrice in economia sanitaria già sottosegretaria alla Sanità. La ricercatrice fa riferimento all’economista americano Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia: “Attenti a riaprire prima del tempo le attività economiche. Non solo potrebbe provocare più morti, ma anche un crollo dell’economia peggiore del previsto”. L’avvertimento è rivolto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ma vale per tutti i Governi. “Meglio tenere le imprese chiuse più a lungo piuttosto che riaprirle prematuramente”, aggiunge Krugman. L’economista porta come esempio la pandemia influenzale di un secolo fa, la Spagnola del 1918. “Le città che fecero più  distanziamento sociale e lo lasciarono in vigore per più tempo, non solo ebbero meno morti, ma fecero meglio dal punto di vista della ripresa economica. Tutto in questo momento dice che non è l’ora di preoccuparsi del Pil e dei dollari. Quello che serve ora è dare soccorso alle aree più colpite e aiutare la gente che non ha più un reddito, e lo dobbiamo fare finché è necessario”.  Scott Gottlieb, funzionario di Trump, d’altra parte ha riferito alla CBS News: “ Possiamo iniziare a considerare la potenziale riapertura del paese o a maggio o a giugno.  Ma sarà un processo lento, vogliamo farlo gradualmente e vogliamo valutare lungo il percorso per essere sicuri che, tornando al lavoro, non si verifichi un picco di nuovi casi”.

Sappiamo che l’unico antidoto valido al virus é il vaccino, ma per averlo a disposizione ci vogliono mesi.

L’esperienza cinese ci insegna che il distanziamento sociale e tutte le misure prese finora sortiscono buoni effetti nel limitare di molto e quasi azzerare il contagio, ma la ripartenza sociale impone seri problemi. Fanno impressione i plexiglass tra un cliente e l’altro ai ristoranti in Cina o quelli che alcuni lidi progettano per la prossima estate al mare. Tutti si chiedono come garantire la sicurezza nei vari ambienti di lavoro che devono comunque ripartire. Se lo chiedono anche il Governo centrale e i Governatori regionali in queste ore e sono tutti d’accordo che occorre investire in ricerca, sviluppo, innovazione e sopratutto assistenza, soprattutto nel territorio, a partire dai dipartimenti di prevenzione a tutela della salute pubblica. Ma nessuno sembra avere le idee chiare su cosa fare. Il nostro Governo e le Commissioni speciali sono a lavoro per cercare di far ripartire l’economia a seconda di compartimenti individuati e suddivisi per prioritá di servizio e per fasce di rischio del personale, tutelandone al massimo la prevenzione.
A proposito di prevenzione l’igiene delle mani, ricorda Grazia Labate, è un elemento fondamentale, come sottolinea anche l’OMS, che il prossimo 5 maggio promuoverá la Giornata mondiale per il lavaggio delle mani.

“Fare meglio con meno” e “scegliere con saggezza- choosing wisely”  sono non solo slogan ma nuove abitudini che impareremo tutti a osservare se vogliamo sopravvivere al killer silenzioso e devastante, cercando di modificare il paradigma della nostra esistenza moderna che fino a solo pochi mesi fa ha esasperato la frenesia, il consumismo sfrenato, la globalizzazione incontrollata e il culto del superfluo e dell’effimero.  Se qualcosa ci insegnerá mai questa triste esperienza, sará la rivalutazione di alcuni valori che abbiamo trascurato e dobbiamo recuperare. Lo affermano i sociologi.

Intanto l’impressione di questi giorni é che si vada in ordine sparso e che ci sia divisione o scarsa unione tra Paesi, Regioni e persino tra singole comunitá cittadine. Analizziamo cosa dichiarano i leader e Presidenti dei vari Paesi, ma anche i nostri Governatori regionali che preannunciano alcuni di loro misure di aperture parziali e altri di conseguenza prolungamenti del lockdown come contromisura. Ma vediamo anche alcuni comuni di uno stesso territorio che si regolano diversamente con singole iniziative poco omogenee.

Forse mai come ora serve scienza e coscienza, in altri termini intelligenza collettiva planetaria.

E a proposito di intelligenza collettiva sarebbe pronta a partire anche in Italia l’intelligenza artificiale mediante applicazione (APP Immuni) da poter scaricare sui propri telefonini per il tracciamento dei contatti in Fase 2.

Il Dg dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus nella sua ormai consueta conferenza stampa sull’emergenza da Covid 19 è tornato anche sull’allentamento delle misure di lockdown: “Le misure di controllo devono essere revocate lentamente. Non può accadere tutto in una volta. Le misure di controllo possono essere revocate solo se sono in atto le giuste misure di sanità pubblica, compresa una significativa capacità di tracciare i casi”.                                                                                                                    Ma come si fa a non essere d’accordo ? Ma come si fa in pratica ?
Questi sono i sei punti della nuova road map messa a punto dall’Oms per poter avviare un progressivo allentamento del lockdown:
1. Avere la certezza che la catena della trasmissione sia sotto controllo;
2. Che il sistema sanitario sia attrezzato per rilevare, testare, isolare e trattare ogni caso e rintracciare ogni contatto;
3. Che i rischi di epidemia siano ridotti al minimo in contesti speciali come le strutture sanitarie e residenze sanitarie;
4. Che siano in atto misure idonee per la prevenzione nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli altri luoghi frequentati dalla gente;

5. Capacità di gestire i rischi di ritorno di casi importati;
6. Che la comunità sia pienamente informata e consapevole di dover adottare misure e stili di vita diversi e utili alla prevenzione del contagio.

Intanto naviga su Facebook la seguente petizione, che potremmo sottoscrivere anche noi.

A nome del Gruppo Medici Italiani Covid19

Al Ministro della Salute on. Speranza
Ai Governatori di tutte le Regioni
Al presidente della FNOMCEO dott. Filippo Anelli
Ai Presidenti Federali degli Ordini dei Medici Regionali.

Siamo un gruppo di circa 100.000 Medici, di tutte le specialità e di tutti i servizi territoriali e ospedalieri sparsi per tutta Italia, nato in occasione di questa epidemia, che da quasi 2 mesi ormai, sta scambiando informazioni sull’insorgenza della malattia causata dal Coronavirus, sul come contenerla, sul come fare , a chi rivolgersi, come orientare la terapia, come e quando trattarla, e siamo pressoché giunti alle stesse conclusioni : i pazienti vanno trattati il più presto possibile sul territorio, prima che si instauri la malattia vera e propria, ossia la polmonite interstiziale bilaterale, che quasi sempre porta il paziente in Rianimazione.
Dagli scambi intercorsi e dalla letteratura mondiale, si è arrivati a capire probabilmente la patogenesi di questa polmonite, con una cascata infiammatoria scatenata dal virus attraverso l’ iperstimolazione di citochine, che diventano tossiche per l’organismo e che aggrediscono tutti i tessuti anche vascolari, provocando fenomeni trombotici e vasculite dei diversi distretti corporei, che a loro volta sono responsabili del quadro variegato di sintomi descritti.

I vari appelli finora promossi da vari Organismi e Organizzazioni sindacali, che noi abbiamo condiviso appieno, sono stati rivolti a chiedere i tamponi per il personale sanitario, a chiedere i dispositivi di sicurezza per tutti gli operatori, che spesso hanno sacrificato la loro vita, pur di dare una risposta ai pazienti, non si sono tirati indietro, nessuno.
Proprio per non vanificare l’abnegazione di medici e personale sanitario, oltre ai 1 )Dispositivi di Protezione e ai 2) Tamponi, chiediamo di 3)Rafforzare il Territorio , vero punto debole del Servizio Sanitario Nazionale, con la possibilità per squadre speciali, nel decreto ministeriale del 10 Marzo, definite 4)USCA-Unitá Speciali Continuitá Assistenziali, di essere attivate immediatamente in tutte le Regioni, in maniera omogenea, senza eccessiva burocrazia, avvalendosi dell’esperienza di noi tutti nel trattare precocemente i pazienti, anche con terapie off label, alcune delle quali peraltro già autorizzate dall’ AIFA.
Siamo giunti alla conclusione che il trattamento precoce può fermare il decorso dell’infezione verso la malattia conclamata e quindi arginare, fino a sconfiggere l’epidemia.
Il riconoscimento dei primi sintomi , anche con tamponi negativi ( come abbiamo avuto modo di constatare nel 30% dei casi) è di pura pertinenza Clinica, e pertanto chiediamo di mettere a frutto le nostre esperienze cliniche, senza ostacoli burocratici nel prescrivere farmaci, tamponi, Rx e/o TC, ecografia polmonare anche a domicilio, emogasanalisi, tutte cose che vanno a supportare la Clinica, ma che non la sostituiscono.
Lo chiediamo, indipendentemente dagli schieramenti politici e/o da posizioni sindacali , lo chiediamo come Medici che desiderano ed esigono di svolgere il proprio ruolo attivamente e al meglio, dando un contributo alla collettività nell’interesse di tutti.
Lo chiediamo perché tutti gli sforzi fatti finora col distanziamento sociale, non vadano perduti, paventando una seconda ondata di ricoveri d’urgenza dei pazienti tenuti in sorveglianza attiva per 10-15 giorni, ma che non sono stati visitati e valutati clinicamente e che ancora sono in attesa di tamponi.
La mappatura di questi pazienti, asintomatici o paucisintomatici, e di tutti i familiari dei casi conclamati è oltremodo indispensabile per non incorrere in un circolo vizioso, con ondate di ritorno dei contagi appena finirà il ” lock down”.

E mentre scriviamo apprendiamo che AIFA, a seguito dei risultati emersi da test condotti in vitro e sui malati in Cina, autorizza lo studio INHIXA-COVID19, che in 14 centri italiani valuterà sicurezza ed efficacia di enoxaparina sodica nel contrastare il virus SARS-CoV-2. Techdow Pharma fornirà gratuitamente il farmaco.

E in serata, il primo giorno di questa primavera che non dimenticheremo mail, è il ministro Boccia a dare, anche su facebook, l’annuncio. “QUASI 8 MILA MEDICI HANNO RISPOSTO ALL’APPELLO. UN ATTO DI AMORE E DI ORGOGLIO PER IL PAESE. Quando abbiamo proposto una task force di medici da arruolare per fronteggiare l’emergenza Coronavirus molti pensavano che forse potessero arrivare 100 domande, noi ci abbiamo creduto fin dall’inizio. Abbiamo aperto un bando con la Protezione Civile e siamo stati travolti dall’Italia migliore. Lo Stato farà di tutto per sostenerli e ringraziarli. Sarà una squadra di interposizione che partirà dalla Lombardia e poi si sposterà in tutta Italia dove servirà“.

Non é la prima volta. Quando il nostro Paese cade in ginocchio, tira fuori lo spirito e le forze migliori per sapersi rialzare. D’altronde la nostra Protezione Civile é apprezzata in tutto il mondo. Il Governo si aspettava qualche centinaio di volontari ad andar bene. Ha risposto un esercito di qualche migliaio di camici bianchi, dal piú giovane neo laureato a qualche anziano in pensione, pronti ad andare spontaneamente al fronte a combattere in trincea.

La notizia ci ha sorpreso e commosso. Ne siamo e ne saremo tutti orgogliosi, anche noi chirurghi vascolari d’Italia, schierati anche noi in trincea dove serve.

E come in ogni guerra che si combatte corpo a corpo e pancia a terra, anche noi chirurghi vascolari, che alle emergenze siamo avvezzi, sappiamo e sapremo dare il nostro contributo. E come in ogni guerra, sul fronte e in trincea, si abbandona per un momento la propria divisa per indossare casco e tuta mimetica e prendersi anche dei rischi. Ci sono chirurghi vascolari, come tanti altri specialisti di altre branche, che in questo momento hanno indossato altri panni e fanno i medici di supporto nei reparti Covid e qualcuno persino in qualche terapia intensiva. Siamo tutti fieri di loro. Tanti altri sono di supporto a distanza in quanto ricevono emergenze o urgenze o interventi non procrastinabili da ospedali che non possono trattarle, in quanto impegnati in prima linea a intubare pazienti e a salvare vite umane. E molti altri ancora sull’intero territorio nazionale fanno posto per liberare posti letto, sale operatorie e terapie intensive, ben consci del fatto che in questo periodo sono da trattare e trattano esclusivamente e tassativamente solo interventi da ritenersi in emergenza-urgenza o comunque non procrastinabili. Siamo tutti fieri di questo esercito silenzioso di camici bianchi, rossi e verdi.

Siamo sicuri che ognuno di loro saprá fare nella propria realtá la propria parte, mettendosi interamente a disposizione, fino ad anteporre al proprio ruolo specialistico quello del medico che al momento del  diploma di laurea ha giurato sul vangelo di Ippocrate.

Ad ognuno di loro quindi spetta il giudizio ponderato e il buon senso che devono guidare sempre, non solo oggi, ma oggi in modo particolare l’applicazione delle regole, delle linee guida, delle raccomandazioni, delle indicazioni anche istituzionali che come sempre, non solo oggi, ma oggi in modo particolare vanno calate nella propria realtá locale e quotidiana e adattate al singolo paziente in quel preciso istante.

D’altra parte é questa la linea guida delle linee guida.

D’altra parte sono questi gli aspetti che rendono nobile, bella e unica, spesso non semplice, persino a volte amletica e al limite dell’insindacabilitá, specie in questo periodo, la nostra professione di medici. E noi, consci di questo gravoso e prezioso impegno, non possiamo non essere che orgogliosi di essere prima di tutto e avanti a tutto semplicemente medici.

 

si consiglia di ascoltare durante la lettura:

www.youtube.com/watch?v=OPlK5HwFxcw   

 

Il virus ha invaso il pianeta. Arma letale e sottile, quasi fosse aliena extraterrestre, é congegnata per minacciare e distruggere ovunque la nostra specie. Ci sentiamo inermi e siamo colmi d’ansia. Possiamo solo evitare contatti tra individui, perché il contagio é facilissimo. Dobbiamo rinchiuderci in casa e evitare anche contatti in casa. E in ospedale a lavoro dobbiamo proteggerci da chi vogliamo proteggere.

E la Natura ci sorride.

Le piazze sono deserte e la gente va in giro con la mascherina solo per procacciarsi da mangiare o per qualche pillola o sciroppo da comprare in farmacia sapendo che al virus fará un baffo o per andare a lavoro quello ritenuto indispensabile come il nostro di personale sanitario o per andare a cercare un posto per ricoverarsi in ospedale ammesso che ce ne sia uno disponibile.

E la Natura ci sorride.

Radio, TV e media sono ormai bollettini di guerra e non si parla d’altro. Questo virus ha contagiato i nostri corpi e ancor piú la nostra mente collettiva.

Sembra quasi surreale. Siamo in un film di fantascienza. Barricati in casa, ma consapevoli che in molti di noi, forse tutti, il virus sta incubando e se siamo fortunati non ci piomba addosso la famosa polmonite interstiziale ma solo una forma influenzale benigna, come ne abbiamo avute tante in passato e come ora ci auguriamo di averne tante in futuro.

E la Natura ci sorride.

E cosí scopriamo di essere una comunitá. E che infermiere e infermieri, personale sanitario di ogni genere, medici sono degli eroi nazionali. In momenti come questi tutti ce ne rendiamo maggiormente conto.

Che essere sei uomo se per apprezzare qualcosa davvero ti deve mancare ? Come alcuni tuoi beni preziosi conquistati in ere di millenni, come la salute e la libertá da tante minacce.

E la Natura ci sorride.

Questo virus ci tiene sotto scacco. E ci ha fermati forse per farci riflettere.

E allora riflettiamo. Se ci guardiamo attorno in questi giorni, vediamo che il mondo degli umani sembra essersi fermato ovunque, mentre le altre specie animali e vegetali non si fermano e si mostrano e sono incuranti del virus. Gli uccelli volteggiano liberi nel cielo azzurro o con le nuvole. I pesci sguazzano felici nelle loro acque. I fiori sbocciano nei loro mille colori di primavera e offrono le loro grazie agli insetti eccitati.

La natura sembra festeggiare ovunque mentre noi umani soffriamo. Forse é il caso di chiederci il perché. Noi umani abbiamo rotto qualche patto e Lei in qualche modo ci punisce incurante e incessante, sorridendoci piú grande di noi ?

E’ una visione forzatamente olistica, finalistica e integralista ? Puó darsi. Sono tanti i dubbi che ci assalgono ora, mentre la natura ci sorride, come Monna Lisa.

Per dovere di cronaca rivolgiamoci qui ad un interessante articolo di Sandro Modeo su CORSERA dal titolo “Dai pipistrelli all’Uomo: alle origini del coronavirus” in cui si cita il libro di David Quammen, Spillover  (riferito al «salto di specie» degli agenti patogeni dall’animale all’uomo) col pipistrello nero in copertina sinonimo di morte, in cui il saggista scientifico nel 2012 si chiede se the Next Big One, la prossima grande epidemia attesa dagli esperti, sarà causata da un virus e se comparirà «in un mercato cittadino della Cina meridionale». L’ipotesi era scientifica o comunque razionale. L’uomo, per suo intemperanza, rompe l’equilibrio col pipistrello, il virus dal pipistrello salta e attacca la nostra specie in un abbraccio invisibile e mortale.

E la Natura continua a sorriderci in questa strana primavera 2020 d.C. che inciderá il disco della nostra storia per cui non saremo piú quelli che eravamo.

Siamo in piena crisi sanitaria ed economica globale. Non c’é alcun dubbio. Si tratta ormai di una pandemia.

Il 31 dicembre 2019 la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan (Cina) ha segnalato all’OMS un cluster di casi di polmonite ad eziologia ignota nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei. Il 9 gennaio 2020, il CDC cinese ha riferito che è stato identificato un nuovo coronavirus (SARS-CoV-2) come agente causale della malattia respiratoria poi denominata COVID-19 (da Corona Virus Disease – anno 2019). La Cina ha reso immediatamente pubblica la sequenza genomica che ha permesso la realizzazione di un test diagnostico in modo tempestivo.

Gli ultimi dati OMS (Fonte: Health Emergency Dashboard) del 7 Marzo 2020, giorno in cui scriviamo,  ben 101.828 casi confermati nel mondo dall’inizio dell’epidemia con 3.483 decessi accertati. La Cina, focolaio iniziale, rimane la piú colpita a livello mondiale. L’Italia é la piú colpita ad oggi in Europa con 3916 casi positivi e 197 decessi, 2394 ricoverati con sintomi, 462 in terapia intensiva. Le Regioni piú colpite vanno dalla Lombardia, all’Emilia Romagna, al Veneto, alle Marche, Piemonte, Toscana, e ultima nell’ordine la Calabria.

Non essendo ancora disponibile un vaccino, l’unico antidoto sembra essere quello di evitare il contagio, ed é questo purtroppo tra i virus piú contagiosi. Pertanto, anche se la letalitá sembra essere tra il 2 e il 3 %, non particolarmente alta, essendo il virus molto contagioso, la percentuale dei morti puó essere consistente. Non solo. A detta dei virologi, questo é un virus nuovo del tutto sconosciuto, che potrebbe regalarci sorprese ancora piú spiacevoli. Per questo l’allarme rimane molto alto. Si muore per polmonite interstiziale e insufficienza respiratoria. Per questo si mette in conto e si predispone un numero alto adeguato di posti nelle rianimazioni dei nostri ospedali, che devono far fronte a queste esigenze crescenti e possono andare, alcuni del nord giá lo sono, in affanno.

Il nostro Governo di concerto con l’ISS e le Regioni, cui va tutto il nostro sostegno, sta mettendo tutte le misure in atto, in termini di profilassi, con zone rosse messe in quarantena, annunci e consigli utili a contrastare la diffusione del virus, che in pratica si traducono in una “asocializzazione” dei cittadini e in termini di pronto soccorso con nuove assunzioni di medici e infermieri (giá in carenza) e di piú posti disponibili e pronti in caso di necessitá nelle terapie intensive.

Noi non possiamo che rispondere all’appello.

Faremo anche noi la nostra parte, col senso di responsabilitá che ci dovrá contraddistinguere. Il nostro Presidente e il Direttivo l’hanno ribadito nella riunione in webex di ieri.

Eviteremo e inviteremo ad evitare per ora incontri di persona. Abbiamo iniziato con le riunione del Direttivo che abbiamo tenuto e terremo per ora in videoconferenza, peraltro sistema giá utilizzato da tempo dal nostro Direttivo.  I congressi, convegni patrocinati sono invitati ad essere rinviati a data da destinarsi e qualcuno di portata minore ci si augura venga opportunamente cancellato del tutto (il che sarebbe opportuno indipendentemente dal virus). Da tempo sosteniamo che non ci serve una pletora di eventi molte volte ripetitivi, che finiscono anche per sminuire l’interesse per il Congresso Nazionale che dovrebbe rimanere centrale e focale. Impareremo a lavorare di piú a distanza, come vogliono del resto il progresso e la tecnologia moderna, che ci consente di evitare di affrontare ore di viaggio e soggiorni inutili fuori sede.

Ancora piú importante, a nostro avviso, saremo invitati tutti a usare meglio e di piú gli stili di profilassi delle malattie infettive, che, specie in settori come il nostro, possono finire per essere letali per i pazienti.  Saremo tutti piú attenti agli ambienti che ci ospitano e non solo ospedalieri, il che sarebbe ora. Manterremo, ci si augura, alto il livello di guardia contro nemici, consci che non ci sono solo virus da combattere ma tanti altri agenti patogeni, organici e inorganici, e la lista sarebbe bella lunga. Affronteremo piú di prima e piú seriamente la problematica della correzione degli stili di vita. E forse faremo anche piú squadra. Perché lo slogan del Ministero é “piú uniti si vince”. In fondo l’umanitá di fronte ad una minaccia globale si é sempre unita e ha sempre combattuto con un unico intento comune.

Qualcuno forse noterá che il titolo del post somiglia un pó al titolo del romanzo ben piú nobile e importante di Gabriel Garcia Marquez “L’amore ai tempi del colera”. La trama e il messaggio del romanzo é di speranza. Il protagonista dopo mezzo secolo, caparbio e dopo aver subito una metamorfosi, riesce finalmente a conquistare l’unica donna che ha sempre amato nella sua vita.

Anche questo post vuole essere un messaggio di speranza e ottimismo.

Supereremo questo momento. Ne siamo certi. Nel corso della sua storia l’umanitá ha superato altri momenti ben piú critici, grazie alla tenacia, unione, resistenza, creativitá, metamorfosi e inventiva che lo caratterizza come essere speciale sul suo pianeta.

Lo fará anche questa volta.

Qui di seguito pubblichiamo la Lettera ai Soci del nostro Presidente SICVE, che verrà inviata ai Soci e pubblicata sul sito web nelle News.

Cari Soci

In considerazione delle attuali direttive ministeriali conseguenti all’emergenza Covid 19, che vietano l’attività congressuale ed obbligano al rinvio a data da destinarsi degli eventi già programmati, nell’incertezza del prossimo futuro, il Consiglio Direttivo ricorda e raccomanda a tutti i Soci di attenersi a quanto sancito dal regolamento. “E’ opportuno che i Soci SICVE evitino l’organizzazione di eventi scientifici a livello nazionale nei 30 giorni antecedenti la data del Congresso, inoltre la SICVE non concederà Patrocinii a eventi programmati in questo periodo”.

Comprendiamo le difficoltà che tutti noi andremo ad incontrare, ma il Congresso della Società rimane l’appuntamento centrale della vita societaria e pertanto è compito di tutti i soci prediligerlo e salvaguardarlo.

Un caro saluto

Il Presidente                                             

Stefano Camparini

e il Consiglio Direttivo

 

 

Pochi giorni fa su Quotidiano Sanitá é comparso un titolo e un articolo destinato a far rumore:  “Aneurisma aorta addominale. Per le donne poco efficace la riparazione endovascolare.” forse, o senza forse, un pó eccessivo, riferito ad uno studio recente pubblicato su JAMA Open Network che viene qui allegato

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Lo studio condotto su dati Medicare – USA ha preso in esame oltre 16.000 pazienti di età pari o superiore a 65 anni con aneurisma dell’aorta addominale sottoposti a riparazione nel periodo 2003-2015, di cui il 78% di sesso maschile (la maggioranza).

La procedura open veniva eseguita nel 27% delle donne e nel 18% degli uomini, dato giá significativo.

La sopravvivenza risk adjusted a dieci anni dopo EVAR in elezione è risultata del 28% per le donne e del 35% per gli uomini (P <0,001, differenza statisticamente significativa).

La sopravvivenza risk adjusted a dieci anni dopo open in elezione è stata similare del 35%  per le donne e del 34% per gli uomini.

Sembrerebbe quindi che in elezione in qualche modo l’EVAR penalizzi la donna.

E per gli aneurismi rotti?

Si é registrato comunque un aumentato rischio di mortalitá nelle donne significativo dopo open (HR,1.43) e non significativo dopo EVAR.

L’associazione sesso – mortalitá non sembra differire con l’aumentare dell’etá del paziente, del diametro dell’AAA e negli anni presi in considerazione.

Gli autori si chiedono anche se le attuali tipologie di endoprotesi siano meno adatte agli aneurismi femminili che sono ad anatomia piú sfavorevole, come risaputo, e giungono essi ad auspicare un miglioramento di nuovi graft in tal senso.

“Il beneficio del trattamento differenziale della riparazione endovascolare nelle donne è preoccupante, visto lo shift a questo approccio nella gestione dell’aneurisma dell’aorta addominale”, scrivono Niveditta Ramkumar e colleghi del Dartmouth Institute for Health Policy di Hannover nel New Hampshire. E aggiungono : “Nell’era della medicina personalizzata, comprendere le differenze basate sul genere nel trattamento e nella mortalità dell’aneurisma dell’aorta addominale utilizzando i dati del mondo reale con una considerevole rappresentanza delle donne sembra essere cruciale per lo sviluppo di strategie di gestione di questa patologia sia per gli uomini che per le donne”.

Di Medicina Personalizzata ormai da tempo si parla e ce ne occuperemo nel nuovo Progetto di Revisione delle Linee Guida  nazionali che senz’altro dovrá tener conto dei dati piú recenti e autorevoli in letteratura (come questi) ma anche del nostro mondo reale, come auspicano gli stessi autori della pubblicazione, che merita comunque una buona e giusta riflessione.

Pochi giorni fa ANAAO-ASSOMED ha pubblicato un report interessante sui flussi per confronto del personale medico (escluso gli specializzandi) tra il 2010 ed il 2017 nel pubblico e nel privato accreditato. Viene riportato anche il numero per anno delle strutture pubbliche e private accreditate e dei relativi posti letto.

Le fonti dei dati sono stati il Ministero della Salute (Annuario Statistico – personale del sistema sanitario italiano), l’ISTAT (personale sanitario), il MIUR, la FNOMCEO, l’ARAN, l’ENPAM, l’AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata). Sono state escluse dallo studio le case di riposo per anziani, gli studi odontoiatrici associati, i centri di medicina, i laboratori analisi, i centri diagnostici radiologici. Sono stati presi in considerazione i medici ospedalieri ed universitari operanti negli oltre 540 ospedali italiani e i medici operanti in circa 560 strutture private con posti letto e presenza di medici specialisti e di guardia al loro interno. Di queste case di cura, 529 sono accreditate con il SSN e 31 non accreditate.

Tab 1 Tipologie di Personale Medico nell’anno 2010 e 2017 e confronto

Tab 1

Nel 2010, l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 1.165 Istituti di cura, di cui il 54% pubblici ed il rimanente 46% privati accreditati. Il 68% delle strutture pubbliche era costituito da Ospedali direttamente gestiti dalle Aziende Sanitarie Locali, il 10% da Aziende Ospedaliere, ed il restante 22% dalle altre tipologie di ospedali pubblici.
Il SSN disponeva di 244.310 posti letto per degenza ordinaria (acuti e post-acuti), di cui il 71.8% (175.417 posti letto) erano in carico al pubblico ed il 28.2% (68.893 posti letto) al privato di cui il 21% nelle strutture private accreditate, 21.761 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (91%) e di 8.230 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (80%). A livello nazionale erano disponibili 4,1 posti letto ogni 1.000 abitanti, in particolare i posti letto dedicati all’attività per acuti erano 3,5 ogni 1.000 abitanti.

Nel 2017, il numero degli Istituti di cura è risultato essere in calo (1.000), con una modifica della distribuzione totale: gli Istituti di cura Pubblici (Aziende Sanitarie locali, Aziende Ospedaliere ed altre tipologie di Ospedali Pubblici) rappresentavano il 51.8% mentre le strutture private accreditate il 48.2%. La Regione con il maggior numero di strutture private accreditate risultava essere il Lazio con 124 cliniche private, seguita dalla Lombardia con 72 strutture, quindi Sicilia e Campania con 58 strutture private.   Il SSN disponeva di 211.593 mila posti letto per degenza ordinaria (acuti e post-acuti) di cui il 69.5% (147.035 posti letto) era in carico al sistema sanitario pubblico mentre il 30.5% (64.558 posti letto) al privato di cui il 23,3% nelle strutture private accreditate, 13.050 posti per day hospital, quasi totalmente pubblici (89,4%) e di 8.515 posti per day surgery in grande prevalenza pubblici (78,2%). La Regione con il maggior numero di posti letto era la Lombardia con 8.384, seguita dal Lazio con 7.168, quindi dalla Campania con 5.347. A livello nazionale erano disponibili 147.035 posti letto per acuti con un rapporto di 2.93 posti letto ogni 1.000 abitanti e 64.558 posti letto per post-acuti con un rapporto di 0.57 posti letto per mille abitanti.

I dati mostrano una progressiva contrazione dei posti letto su scala nazionale, molto più evidente e rilevante sul numero di posti letto pubblici rispetto alla quota dei posti letto a gestione privata convenzionata: il taglio dei 32.717 posti totali in 7 anni riguardava prevalentemente il pubblico con 28.832 posti letto in meno rispetto al 2010 (-16.2%), rispetto ai 4.335 posti letto in meno del privato accreditato (-6.3%).

Per quel che concerne l’analisi della variazione numerica del personale medico, nell’anno 2010 risultavano 244.350 i medici in attività in Italia. Tra questi, 110.732 erano operanti presso le strutture pubbliche a tempo indeterminato, 7.192 a tempo determinato, 6.467 presso le Università, 33.789 presso le case di cura private, convenzionate e non al SSN, e strutture equiparate al pubblico; 17.007 erano i medici specialisti ambulatoriali, 11.564 quelli operanti nella continuità assistenziale (distribuiti in 2925 punti di guardia medica), 45.536 medici di medicina generale, 7.631 pediatri di libera scelta e 4.432 medici in centri di riabilitazione (distribuiti in 971 centri in Italia). (Fonte Ministero della Salute).

I suddetti dati sono stati comparati con quelli desunti da varie fonti per l’anno 2017. E’ emerso che dei 242.532 medici attivi (dati Eurostat e dell’Annuario Statistico 2017 del Ministero della Salute) 101.100 operano negli ospedali pubblici a tempo indeterminato e 7.700 a tempo determinato, 8.500 sono medici universitari (compresi tempi determinati),18.083 sono medici specialisti ambulatoriali, 11.688 medici operanti nei centri di continuità assistenziale, 43.731 medici di medicina generale (dati FIMMG), 7.590 pediatri di libera scelta, e 5.140 medici operanti nelle strutture riabilitative. Abbiamo, infine, desunto i numeri dei medici operanti negli Istituti di Cura privati accreditati e non al SSN, registrando un valore stimato di 39.000 unità, (annuario statistico ministero della salute 2017).

Tabella 2. Confronto tra anno 2010 e 2017 riguardo il numero di Istituti di Cura in Italia suddivisi in Pubblici e Privati Accreditati

Tab 2

Considerazioni e domande.
Negli ultimi anni si registra un progressivo calo del numero degli Istituti di Cura in generale e del numero di posti letto con una diversa redistribuzione percentuale tra Istituti Pubblici e Privati accreditati; è evidente il calo del numero dei medici nelle strutture pubbliche (- 9.5%), e l’aumento nel settore privato (+15%).
Su questo trend bisogna interrogarsi. Stiamo assistendo ad una preferenza dei giovani medici verso il privato accreditato ? E se cosí é, come mai ció si verifica ? E’ dovuto ciò anche o forse sopratutto alle politiche di risparmio, mancati incentivi e scarse assunzioni che il pubblico ha adottato in questi anni ? Abbiamo giá parlato pochi post fa di fuga dei medici dagli ospedali pubblici. Il pubblico non é piú attrattivo come una volta ?  La sanitá privata stá diventando sempre piú attrattiva rispetto alla sanitá pubblica? E cosa succederá nella sanitá pubblica se circa 53.000  medici entro il 2025 raggiungendo il traguardo del pensionamento andranno a riposo, piú che meritato ? Certo tutti i dati indicano che la sanitá privata convenzionata stá diventando sempre piú concorrenziale, a seconda peró delle Regioni che interpretano il ruolo del privato accreditato in modo molto diverso tra Regione e Regione. Una cosa é certa. Queste fotografie, che sono sempre benvenute, servono a capire cosa sta succedendo e a porre questi e altri interrogativi. Ma servono sopratutto a chi amministra la cosa pubblica.

 

 

 

Prendiamo spunto da uno studio alquanto originale pubblicato di recente su BMJ che alleghiamo.

industry funding.bmj 2020

Si tratta di una revisione sistematica di 26 studi pubblicati tra il 2003 e il 2018, condotta dall’Università di Sydney (Australia), dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, in collaborazione con l’IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, e dal Cochrane Hypertension Review Group con base in Canada. Dallo studio emerge una conclusione: poco meno di un terzo delle associazioni di pazienti che ricevono  fondi dall’industria farmaceutica o di device lo dichiara sul proprio sito istituzionale.

Questo succede dappertutto nei Paesi industrializzati (compreso il nostro, aggiungiamo noi). Sono poche, inoltre, le associazioni che hanno un codice di condotta o codice etico per le sponsorizzazioni pubblicato sul sito.

La prima domanda che potrebbe evocare la notizia : anche le associazioni di pazienti ricevono sponsorizzazioni da industrie del Farma e di device, come le associazioni scientifiche?

Risposta: evidentemente sí. Anche loro devono sostenersi e sostenere ad esempio incontri e convegni.

La seconda domanda: come mai non si sono date finora un Codice Etico ?

Questo non vuol dire che non siano trasparenti. Vogliamo credere che lo siano. Ma oggi non basta esserlo. Bisogna dichiararlo ufficialmente e poterlo dimostrare sempre, con dati alla mano.

La terza domanda che sorge spontanea: e noi, come societá scientifica, come siamo messi ?

Risposta: bene. Della trasparenza abbiamo fatto un cavallo di battaglia. E possiamo dimostrarlo con dati alla mano. Ecco alcuni esempi che ci permettiamo di riportare qui. Il nostro Presidente ha condiviso e firmato tutti i contratti di sponsorizzazione con le aziende per il Congresso di Firenze, nella massima trasparenza secondo le normative vigenti. Pubblicheremo sul sito tutte le forme di sponsorizzazioni. Ci siamo attenuti scrupolosamente e ci atterremo al Codice Etico Medtech, pubblicato sul sito, per i Grant Educazionali e in tema di trasparenza in caso di eventi organizzati e sponsorizzati. Abbiamo aderito alle normative ministeriali (anche ultime) in tema di trasparenza, a partire dagli articoli di Statuto che é stato opportunamente aggiornato.

Tornando allo studio, si apprende che i finanziamenti delle industrie farmaceutiche e di dispositivi medici alle associazioni di pazienti sono abbastanza abituali in molti Paesi ad alto reddito, come il nostro. La proporzione di associazioni finanziate va dal 20% all’83%, a seconda dell’area e del tipo di associazioni.

Ma, come risulta dalla revisione sistematica, anche se  gli studi presi in esame sono molto disomogenei tra loro per area di malattia, modalità di raccolta dati, contesto di ricerca, come dichiarano gli Autori, sono ben poche appunto le associazioni che hanno un codice di condotta sulle sponsorizzazioni e che le dichiarano sul loro sito ufficiale.

“Nel 2012 abbiamo condotto un’analisi di siti di associazioni di pazienti italiane per valutarne la trasparenza, ed è emerso un quadro poco incoraggiante – aggiunge Cinzia Colombo, ricercatrice del Laboratorio di ricerca sul coinvolgimento di cittadini in sanità, che si occupa da diversi anni di conflitti di interesse -. Nonostante risalga a qualche anno fa, l’indagine mostra dati analoghi a quelli emersi a livello internazionale dalla revisione sistematica che abbiamo condotto”.

Da tempo si discute sul ruolo dei finanziamenti da parte di enti privati, come le Aziende, a enti pubblici, come le associazioni pazienti e scientifiche. “Ci sono prove che i finanziamenti dalle industrie farmaceutiche e di dispositivi possono creare distorsioni a favore dello sponsor, sia nella ricerca, sia nella pratica clinica – commenta Barbara Mintzes, docente presso l’Università di Sydney – e questo potrebbe accadere anche per le associazioni di pazienti. Per questo è importante fare ricerca in questo settore”.

D’altro canto i finanziamenti dalle industrie possono essere oggi la principale fonte pratica di finanziamento possibile e bisognerebbe individuare e implementare meccanismi di finanziamenti alternativi. Nel frattempo sembra chiara e opportuna la necessitá di norme e politiche condivise per aumentare il livello di trasparenza sui finanziamenti e sui rapporti con gli sponsor. Non c’é dubbio che dichiarare un finanziamento equivale comunque ad un primo passo indispensabile per tutelare la trasparenza e ridurre la distorsione o, come usano definirlo gli anglosassoni, il bias.

E, in ogni caso, ricordiamocelo, la dichiarazione di un finanziamento, di un conflitto di interesse, e di quant’altro non é tutto. L’importante é sopratutto come vengono utilizzati i finanziamenti. La trasparenza segue la legge del neurone: tutto o nulla.

C’é sempre stato questo fenomeno per fortuna sporadico, ma in questi ultimi tempi é in pericolosa crescita e sempre piú spesso se occupano i media e i TG (anche quello di oggi, domenica 26 gennaio mentre scriviamo). L’hanno denunciato persino le alte cariche dello Stato. E’ un fenomeno da Paesi sottosviluppati, non deve e non puó essere certo il nostro. E’ quotidiano. Piú delle volte neanche denunciato. La vittima stessa tende a non denunciarlo, armato di pazienza e di amore per il prossimo. E’ il fenomeno della violenza sui camici bianchi, sia medici che infermieri, che quasi sempre, anzi sempre, subiscono da martiri. E se non basta il paziente a volte ci si mette il parente, che puó arrivare ad avere reazioni peggiori del paziente.

E’ un lento e episodico ma quasi costante bollettino di tribú selvaggia.

Tre infermieri picchiati, un coltello brandito contro un medico, un sabato sera di pochi giorni fa all’ospedale San Giovanni di Roma, ad esempio. Mani addosso a un medico anche ad Augusta, nel Siracusano, dove una dottoressa dell’ospedale è stata presa a pugni e schiaffi da una paziente sessantenne. Sanitari picchiati nel salernitano per la morte in corsia di un pazienta. La lista si allungherebbe. Un romano di 37 anni, forse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, che prima si era gettato dal sesto piano di un edificio, e poi, portato al pronto soccorso, si è scagliato contro gli operatori. Ma non finisce qui: raggiunge la mensa del personale, si impossessa di un coltello e con esso minaccia chi lo circonda. Devono intervenire le guardie giurate, che lo disarmano e lo trattengono fino all’arrivo dei carabinieri.
Sentiamo e leggiamo di giovani dottoresse accompagnate da qualche parente durante il turno in guardia medica, a mó di guardia del corpo.

Ed è di pochi giorni fa la notizia che la Asl di Torino ha deciso di dotare i suoi pronti soccorso di vigilanza armata h24 e di potenziare la videosorveglianza.

Stando ai dati della FIMGC, la federazione dei medici di base, in Italia si verificherebbero in media 3 aggressioni al giorno, senza contare gli episodi non denunciati, e in sette casi su dieci l’aggredito è una donna.

Ogni violenza, lo crediamo fermamente, é da condannare, da qualunque parte venga e a chiunque sia rivolta.

Quella contro un camice bianco é da condannare due volte.

Quella contro una donna col camice bianco é da condannare poi tre, mille volte.

Sappiamo di una proposta di legge contro la violenza in Sanità presso la Camera dei Deputati, che dovrebbe essere all’ultimo atto del suo percorso giuridico. La legge in questione comporterà il riconoscimento dello status giuridico di “pubblico ufficiale” per qualunque operatore impegnato nell’assistenza sanitaria, al pari di un pubblico ufficiale.

Ma sappiamo anche che il camice bianco risponde quasi sempre con il perdono alla violenza subita. Da vero eroe. Eroe silenzioso, come tanti eroi silenziosi in Sanitá.

Come sosteneva Mahatma Gandhi, il debole non é mai capace di perdonare. Il perdono é una caratteristica del forte.

 

 

Volevano abolirlo con un referendum nazionale (conosciuto anche come Renzi-Boschi) il 4 dicembre 2016. Costa troppo e serve a poco. Ma gli italiani hanno voluto mantenerlo, anche perché il quesito del referendum era in blocco con altre proposte e ne ha subito le conseguenze. Anche il Governo scorso giallo-verde ci ha provato ad abolirlo. Ma é ancora in vita e tenta di riformarsi per sopravvivere. Parliamo del CNEL, il Consiglio Nazionale di Economia e Lavoro, ritenuto da molti, quasi tutti, un Ente inutile.

Eppure di recente il CNEL ha prodotto una “Relazione 2019 al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualità dei servizi offerti dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali alle imprese e ai cittadini” che troviamo interessante e che alleghiamo.

Relazione CNEL

Da questo Rapporto si evince un dato quasi eclatante. Il nostro Paese dal punto di vista sanitario é da considerarsi tra i Paesi piú virtuosi in senso globale ma anche tra quelli a maggiore disparitá nelle differenti aree territoriali per quanto riguarda offerta di servizi, tempi di attesa e quindi performance assistenziale.  L’Italia è il Paese europeo con le più grandi differenze tra regione e regione. Questo é quanto dovranno commentare nella presentazione della Relazione il 15 gennaio a Roma, Tiziano Treu, Presidente CNEL e Fabiana Dadone, Ministra per la Pubblica Amministrazione.

Dimensioni contenute della spesa sia in valore assoluto che in percentuale del PIL da un lato e valore elevato della durata della vita e della speranza di vita alla nascita, mortalità evitabile tramite prevenzione ed appropriatezza delle cure dall’altro collocano il  nostro Paese ai primi posti in termini di performance sanitaria globale.

A fronte di ciò vanno segnalate alcune criticità di vecchia data, quali debolezza delle cure territoriali per disabili e non autosufficienti e insufficiente offerta di strutture per lungodegenza e sopratutto differenze sostanziose in termini di spesa sanitaria pro-capite, offerta di servizi sul territorio, qualità degli stessi e possibilità di accesso appropriato e tempestivo alle prestazioni sia tra regioni ed aree geografiche che tra gruppi sociali.

“Per quanto riguarda le risorse – aggiunge la Relazione – risulta crescente il divario tra la domanda ed i costi di produzione, in costante aumento, da una parte, e la ristrettezza del finanziamento pubblico, in calo rispetto al PIL negli ultimi anni, dall’altra. In questo ambito una criticità crescente si rileva rispetto agli organici ed alle carenze del personale. Per quanto riguarda il grado di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione l’Italia si piazza al quintultimo posto tra i paesi dell’Unione Europea, davanti solo a Polonia, Grecia, Bulgaria e Romania e ad un livello inferiore alla media UE per tutti gli indicatori e in modo particolarmente accentuato per il capitale umano disposto a trarre vantaggi dai sistemi di digitalizzazione. Andamenti positivi vengono riportati pero’ per il tasso di ospedalizzazione, ormai trai più bassi del mondo, e per lo sviluppo del numero dei posti letto in presidi residenziali socio-assistenziali.  L’analisi condotta su dati 2018 dal Ministero della Salute sulla attuazione dei LEA (Livelli essenziali di Assistenza) ha mostrato le differenze notevoli registrabili anche da questo punto di vista, sia per la prevenzione, che per l’attività ospedaliera e per quella territoriale, con punteggi che oscillano tra il 92,4 della Provincia di Trento per il settore ospedaliero e il 29,5 della Campania per l’attività distrettuale. Una serie di Regioni in particolare risultano non garantire i LEA per alcuni degli aspetti studiati (Campania per distrettuale e ospedaliera, Sardegna per distrettuale, Molise per ospedaliera). Anche per ciò che attiene gli indicatori soggettivi secondo l’Istat la soddisfazione per il proprio stato di salute, benché alta nei livelli medi, mostra differenze territoriali evidenti.”

Nei recenti incontri che il nostro Direttivo ha tenuto con i nostri Referenti Regionali sono emerse differenze notevoli tra regione e regione e tra nord, centro e sud del nostro Paese per quanto riguarda la governance sanitaria.

Da questi dati é bene trarre le conseguenti misure. I nostri politici oltre ai proclami devono fare la loro parte fondamentale. Le Regioni meno virtuose devono davvero rimboccarsi le maniche e magari copiare quelle piú virtuose. Spetta anche a noi proporre soluzioni in tal senso e stiamo lavorando a Documenti che vanno in questa direzione. Ma attenzione. Le Regioni virtuose non possono crogiolarsi. Le performance sono come le piante di un giardino, vanno curate e seguite, altrimenti appassiscono.

Fará bene il nostro Direttivo a continuare a stimolare il confronto interregionale.

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