FORGOT YOUR DETAILS?

Liste d’attesa e intramoenia. Nuovo ma vecchio rompicapo. Nuove ma vecchie ricette.

by / / Archivio, avviso pubblico, Blog

Post di Gaetano Lanza.

 

E’ da tempo che si discute. Le domande sono le solite. Sono lecite le lunghe liste d’attesa? E’ lecito permettere, anzi approfittarne e favorire l’assistenza privata e quindi l’intramoenia? E’ lecita l’intramoenia? Va forse meglio normata? E poi, come si fa a ridurre le liste d’attesa?

Alcuni Governatori di Regione e esponenti politici, come Zingaretti (Lazio) o Rossi (Toscana) si sono dichiarati contrari all’intramoenia. “Bella l’iniziativa di Nicola Zingaretti sulla libera professione che nel Lazio vuole consentire ai medici solo quando le liste d’attesa non sono troppo lunghe. È un’iniziativa che in Toscana avevamo già preso anni fa per le chirurgie, addirittura imponendo la lista unica per gli interventi operatori. I risultati sono stati mediocri”. Questo il plauso alla sospensione dell’intramoenia previsto nel Piano del Lazio contro le liste d’attesa che arriva da Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, nemico dell’intramoenia. “I medici e gli operatori del Ssn – conclude Rossi –  fanno un lavoro difficile e duro che deve essere ben compensato. Ma anche per loro, per la loro dignità, si deve quanto prima abolire la vergogna della libera professione. Come già avviene in tutta Europa”.

Parole forti, come “vergogna”, però sarebbe bene non usarle in questi casi, caro dr Rossi, anche perchè non si comprende chi dovrebbe qui provare vergogna. Credo e spero che Lei si riferisca al sistema e non al medico che certo in ordine di classifica sarebbe tra gli ultimi a provare vergogna, venendo prima di lui i politici e i manager strapagati, quelli sì responsabili delle liste d’attesa.

Dodici sono le mozioni presentate nei giorni scorsi da tutti i partiti politici e che alleghiamo qui di seguito:

Mozioni

Tutte, già approvate in un clima di quater-partisan, sollecitano il Governo su liste d’attesa e libera professione intramoenia.

Le liste d’attesa, secondo molte di queste mozioni, dovrebbero entrare a far parte dei Lea, e del sistema di monitoraggio e essere inserite tra gli indici di valutazione per i direttori generali delle aziende sanitarie. In tutte si auspica un nuovo piano nazionale per il governo dei tempi di attesa, che incentivi le  attività nelle aziende sanitarie, che coinvolga i cittadini o le loro associazioni nei controlli, che favorisca e promuova la digitalizzazione dei processi per risparmiare e rendere più efficiente il sistema, per cui il paziente può scegliere tra i centri e optare per quelli con lista più corta. Si auspica in tutte anche una maggiore omogeneizzazione su tutto il territorio nazionale. Ma, qui il punto più critico, diverse di queste mozioni sono contrarie al fatto che l’intramoenia sia un metodo e una scappatoia alla lunghezza delle liste d’attesa e le Regioni e le aziende sarebbero invitate a fare tutto ciò che è necessario  per garantire i servizi nell’attività convenzionata e che se proprio intramoenia deve poter essere, che questa avvenga non negli studi privati dei medici, ma in spazi adeguati nelle strutture pubbliche che, oltre a essere gestibili in funzione reale delle liste d’attesa stesse, consentono un controllo fiscale. Come dire (piccolo commento personale) non c’è tanto da fidarsi dei medici fuori dalle strutture pubbliche. Toccherebbe in definitiva alle Regioni il compito di organizzare e controllare. Pena la sospensione dell’intramoenia in quella struttura pubblica dove non è possibile o non è stata possibile organizzarla e controllarla anche in termini di tracciabilità dei pagamenti delle tariffe, anche queste normate. Insomma lo Stato è sinonimo di garanzia. Nel privato, nessuno garantirebbe.

In ogni caso, quasi tutte le mozioni chiedono regole nuove per la libera professione intramoenia, che non può e non deve essere l’unica soluzione alla lungaggine delle liste d’attesa, che invece dovrebbe essere risolta reperendo più risorse per la sanità (ma in quale film?), superando i blocchi dei turn over e adeguando gli organici (ma in quale telenovela?).

Su una cosa non possiamo non essere d’accordo. Le liste d’attesa sono un indice di performance del sistema. Laddove sono lunghe c’è qualcosa che non va. Non ha alcun senso, facciamo un esempio, prenotare una visita cardiologica e attendere qualche mese se non più di un anno. Si fa in tempo a morire. Idem per una visita chirurgica vascolare. Ma anche per un intervento chirurgico. Ecco perché il bravo e onesto cittadino, magari pensionato, perché abbiamo e siamo sempre più vecchi, tira fuori qualcosa dai suoi risparmi e si rivolge al professionista privatamente. E’ però anche questo un suo diritto, a nostro avviso, o glielo vogliamo negare? Perché quel povero e onesto pensionato non ha il tempo di attendere le riforme sanitarie e sa che le liste d’attesa sono come gli esami di Edoardo: non finiscono mai.  E poi c’è sempre una fila da rispettare, anche nell’oltretomba. Ma una cosa non si comprende. Perchè il medico professionista, agendo privatamente, dovrebbe sentire vergogna? Piuttosto, se lavora di più é giusto che qualcuno lo paghi di più. Non ha fatto voto di carità quando si é laureato. Chi scrive vi assicura che fa molte visite gratuite e così crede facciano molti tanti colleghi. Poi é anche vero che ci sono altri colleghi, troppo, troppo danaro dipendenti ed esosi. Questi sì potrebbero vergognarsi. Ma é affare loro. E nessuno obbliga nessuno a farsi visitare o operare da loro.

Le ricette alle liste d’attesa? Ce ne sono tante e le abbiamo sentite e le sentiremo.  Ne diamo anche noi qui qualcuna.

Intanto forse bisognerebbe preparare meglio il medico di medicina generale e assicurarsi che non sia solo un semplice compilatore di ricette, ma un vero valutatore, che conosce a menadito le linee guida aggiornate – diagnosi e terapie con le principali raccomandazioni selezionate per lui – sulle malattie a maggior impatto socio-assistenziale e magari lavora a giro di gomito (o di internet) con gli specialisti e magari una prima visita (di primo approccio per escludere) e un percorso di cura se li gestisce da solo nel suo studiolo.

Poi forse bisognerebbe decentralizzare meglio i servizi specialistici di diagnostica accreditata (diverso da convenzionata) sul territorio. Poi forse bisognerebbe creare (altro che chiudere) strutture nuove laddove sono carenti, specie in alcune regioni o meglio province (esistono ancora?) o meglio zone, dando la possibilità e la facilità al privato di investire in sanità e creare nuovi posti di lavoro, a parità di regole col pubblico, lo ripetiamo per Rossi e Zingaretti, a parità di regole col pubblico, come ha fatto finora la Lombardia. Partendo dalle necessità locali, e qui servirebbe una vera concertazione tra politici sanitari, referenti di medicina generale e specialistica e sindaci.

E per ultima ma non ultima, la parole magica: appropriatezza. Appropriatezza, ripetuta all’infinito. Se ci pensiamo bene tutta l’arte moderna della medicina si basa su questa parola. Molte liste d’attesa sono dovute alla mancanza di appropriatezza nella richiesta di esami o di ricoveri. E qui togliamoci un sassolino dalla scarpa. Quando ci fu una levata di scudi contro il Decreto Appropriatezza per la Diagnostica, noi non alzammo lo scudo, come invece molti, compresi medici di medicina generale, fecero.

Ma infine e in fondo, cosa può fare una Società Scientifica per questi annosi problemi?

Una cosa molto semplice. Sedersi tramite i propri referenti istituzionali e regionali ai tavoli tecnici di concertazione, accanto ai politici, ai tecnici programmatori, ai sindaci per affrontare seriamente il problema e trovare le soluzioni più “appropriate” per risolvere il/i problemi. Non certo per soffocare quella ad oggi unica risorsa, anche se misera, per cercare di ridurre le liste d’attesa, che é l’intramoenia.

Liste d’attesa e intramoenia. Nuovo ma vecchio rompicapo. Nuove ma vecchie ricette.

by / / Archivio, Blog, News

Post di Gaetano Lanza.

 

E’ da tempo che si discute. Le domande sono le solite. Sono lecite le lunghe liste d’attesa? E’ lecito permettere, anzi approfittarne e favorire l’assistenza privata e quindi l’intramoenia? E’ lecita l’intramoenia? Va forse meglio normata? E poi, come si fa a ridurre le liste d’attesa?

Alcuni Governatori di Regione e esponenti politici, come Zingaretti (Lazio) o Rossi (Toscana) si sono dichiarati contrari all’intramoenia. “Bella l’iniziativa di Nicola Zingaretti sulla libera professione che nel Lazio vuole consentire ai medici solo quando le liste d’attesa non sono troppo lunghe. È un’iniziativa che in Toscana avevamo già preso anni fa per le chirurgie, addirittura imponendo la lista unica per gli interventi operatori. I risultati sono stati mediocri”. Questo il plauso alla sospensione dell’intramoenia previsto nel Piano del Lazio contro le liste d’attesa che arriva da Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, nemico dell’intramoenia. “I medici e gli operatori del Ssn – conclude Rossi –  fanno un lavoro difficile e duro che deve essere ben compensato. Ma anche per loro, per la loro dignità, si deve quanto prima abolire la vergogna della libera professione. Come già avviene in tutta Europa”.

Parole forti, come “vergogna”, però sarebbe bene non usarle in questi casi, caro dr Rossi, anche perchè non si comprende chi dovrebbe qui provare vergogna. Credo e spero che Lei si riferisca al sistema e non al medico che certo in ordine di classifica sarebbe tra gli ultimi a provare vergogna, venendo prima di lui i politici e i manager strapagati, quelli sì responsabili delle liste d’attesa.

Dodici sono le mozioni presentate nei giorni scorsi da tutti i partiti politici e che alleghiamo qui di seguito:

Mozioni

Tutte, già approvate in un clima di quater-partisan, sollecitano il Governo su liste d’attesa e libera professione intramoenia.

Le liste d’attesa, secondo molte di queste mozioni, dovrebbero entrare a far parte dei Lea, e del sistema di monitoraggio e essere inserite tra gli indici di valutazione per i direttori generali delle aziende sanitarie. In tutte si auspica un nuovo piano nazionale per il governo dei tempi di attesa, che incentivi le  attività nelle aziende sanitarie, che coinvolga i cittadini o le loro associazioni nei controlli, che favorisca e promuova la digitalizzazione dei processi per risparmiare e rendere più efficiente il sistema, per cui il paziente può scegliere tra i centri e optare per quelli con lista più corta. Si auspica in tutte anche una maggiore omogeneizzazione su tutto il territorio nazionale. Ma, qui il punto più critico, diverse di queste mozioni sono contrarie al fatto che l’intramoenia sia un metodo e una scappatoia alla lunghezza delle liste d’attesa e le Regioni e le aziende sarebbero invitate a fare tutto ciò che è necessario  per garantire i servizi nell’attività convenzionata e che se proprio intramoenia deve poter essere, che questa avvenga non negli studi privati dei medici, ma in spazi adeguati nelle strutture pubbliche che, oltre a essere gestibili in funzione reale delle liste d’attesa stesse, consentono un controllo fiscale. Come dire (piccolo commento personale) non c’è tanto da fidarsi dei medici fuori dalle strutture pubbliche. Toccherebbe in definitiva alle Regioni il compito di organizzare e controllare. Pena la sospensione dell’intramoenia in quella struttura pubblica dove non è possibile o non è stata possibile organizzarla e controllarla anche in termini di tracciabilità dei pagamenti delle tariffe, anche queste normate. Insomma lo Stato è sinonimo di garanzia. Nel privato, nessuno garantirebbe.

In ogni caso, quasi tutte le mozioni chiedono regole nuove per la libera professione intramoenia, che non può e non deve essere l’unica soluzione alla lungaggine delle liste d’attesa, che invece dovrebbe essere risolta reperendo più risorse per la sanità (ma in quale film?), superando i blocchi dei turn over e adeguando gli organici (ma in quale telenovela?).

Su una cosa non possiamo non essere d’accordo. Le liste d’attesa sono un indice di performance del sistema. Laddove sono lunghe c’è qualcosa che non va. Non ha alcun senso, facciamo un esempio, prenotare una visita cardiologica e attendere qualche mese se non più di un anno. Si fa in tempo a morire. Idem per una visita chirurgica vascolare. Ma anche per un intervento chirurgico. Ecco perché il bravo e onesto cittadino, magari pensionato, perché abbiamo e siamo sempre più vecchi, tira fuori qualcosa dai suoi risparmi e si rivolge al professionista privatamente. E’ però anche questo un suo diritto, a nostro avviso, o glielo vogliamo negare? Perché quel povero e onesto pensionato non ha il tempo di attendere le riforme sanitarie e sa che le liste d’attesa sono come gli esami di Edoardo: non finiscono mai.  E poi c’è sempre una fila da rispettare, anche nell’oltretomba. Ma una cosa non si comprende. Perchè il medico professionista, agendo privatamente, dovrebbe sentire vergogna? Piuttosto, se lavora di più é giusto che qualcuno lo paghi di più. Non ha fatto voto di carità quando si é laureato. Chi scrive vi assicura che fa molte visite gratuite e così crede facciano molti tanti colleghi. Poi é anche vero che ci sono altri colleghi, troppo, troppo danaro dipendenti ed esosi. Questi sì potrebbero vergognarsi. Ma é affare loro. E nessuno obbliga nessuno a farsi visitare o operare da loro.

Le ricette alle liste d’attesa? Ce ne sono tante e le abbiamo sentite e le sentiremo.  Ne diamo anche noi qui qualcuna.

Intanto forse bisognerebbe preparare meglio il medico di medicina generale e assicurarsi che non sia solo un semplice compilatore di ricette, ma un vero valutatore, che conosce a menadito le linee guida aggiornate – diagnosi e terapie con le principali raccomandazioni selezionate per lui – sulle malattie a maggior impatto socio-assistenziale e magari lavora a giro di gomito (o di internet) con gli specialisti e magari una prima visita (di primo approccio per escludere) e un percorso di cura se li gestisce da solo nel suo studiolo.

Poi forse bisognerebbe decentralizzare meglio i servizi specialistici di diagnostica accreditata (diverso da convenzionata) sul territorio. Poi forse bisognerebbe creare (altro che chiudere) strutture nuove laddove sono carenti, specie in alcune regioni o meglio province (esistono ancora?) o meglio zone, dando la possibilità e la facilità al privato di investire in sanità e creare nuovi posti di lavoro, a parità di regole col pubblico, lo ripetiamo per Rossi e Zingaretti, a parità di regole col pubblico, come ha fatto finora la Lombardia. Partendo dalle necessità locali, e qui servirebbe una vera concertazione tra politici sanitari, referenti di medicina generale e specialistica e sindaci.

E per ultima ma non ultima, la parole magica: appropriatezza. Appropriatezza, ripetuta all’infinito. Se ci pensiamo bene tutta l’arte moderna della medicina si basa su questa parola. Molte liste d’attesa sono dovute alla mancanza di appropriatezza nella richiesta di esami o di ricoveri. E qui togliamoci un sassolino dalla scarpa. Quando ci fu una levata di scudi contro il Decreto Appropriatezza per la Diagnostica, noi non alzammo lo scudo, come invece molti, compresi medici di medicina generale, fecero.

Ma infine e in fondo, cosa può fare una Società Scientifica per questi annosi problemi?

Una cosa molto semplice. Sedersi tramite i propri referenti istituzionali e regionali ai tavoli tecnici di concertazione, accanto ai politici, ai tecnici programmatori, ai sindaci per affrontare seriamente il problema e trovare le soluzioni più “appropriate” per risolvere il/i problemi. Non certo per soffocare quella ad oggi unica risorsa, anche se misera, per cercare di ridurre le liste d’attesa, che é l’intramoenia.

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