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Spinoza, il TAO e le casacche dei vascolari

by / / Archivio, avviso pubblico, Blog

Post di Gaetano Lanza.

 

Tao

Tao

 

C’è un filo sottile che unisce il pensiero occidentale a quello orientale. Basta leggere Fritjof Capra e il suo best seller Il Tao della Fisica, che è incentrato sullo stesso legame tra la visione del mondo della fisica moderna e le tradizioni filosofiche e religiose dell’Estremo Oriente, per rendersene conto. Ma gli esempi non languono nella storia. Prendiamo Spinoza, grande filosofo e pensatore del XVII secolo, olandese, ritenuto uno dei maggiori esponenti del razionalismo e antesignano dell’Illuminismo. Gli é stato dedicato persino un asteroide. La Chiesa cattolica inserì le sue opere tra i libri proibiti e lo condannò per blasfemia, perché proponeva la definizione di Dio come unica ed infinita sostanza. Spinoza era affetto da congeniti disturbi respiratori che furono aggravati dalla polvere di vetro inalata a lungo nell’intaglio delle lenti. Morì di tubercolosi nel 1677 a soli 44 anni. La sua eredità era così misera che la sorella Rebecca ritenne meno costoso respingerla. Per avvicinarsi a Dio, secondo Spinoza, bisogna seguire un percorso di disidentificazione, estraneazione da se stessi, per raggiungere quella che definiva “secondo o terzo grado di conoscenza”. E’ lo stesso percorso che indica la saggezza taoista.

Molti pensatori moderni, critici anche in senso costruttivo, parlano di meccanismi di “unidimensionalizzazione” della vita, per cui la persona appare come e vive come una sola dimensione, un solo profilo, pur se contraddistinto da una molteplicità di interessi e tipologie o esperienze esistenziali. In pratica indossiamo tutti una “casacca” che ci ricuciamo addosso, e a quella siamo e rimaniamo devoti per sempre, fino alla morte e anche dopo. Al punto che la casacca non solo ci contraddistingue, ma finisce per sostanziarci. A qualcuno o qualcuna viene messa anche sulla bara. C’ è la casacca del manager, del militare, del ragioniere, dell’artista, del professore, dell’alunno, mettete chi volete.

Secondo Spinoza e il Taoismo per pensare oggettivamente e raggiungere i gradi superiori della conoscenza è mandatorio togliere quella casacca e prendere enormi distanze da essa, da se stessi. Vale a dire estraniarsi da se stessi.

La mattina ci svegliamo e indossiamo la nostra personale casacca, sempre, tutti i giorni dell’anno, festivi compresi. Siamo ad essa devoti per l’eternità. Siamo disposti a pagare (non solo soldi) per essa. C’è chi dà la vita per la sua casacca. Qualcuno viene chiamato eroe. Qualche altro assassino, o fanatico.

Il chirurgo vascolare ha la sua casacca. Ma non è proprio sempre la stessa per ogni chirurgo vascolare. C’è quella dell’universitario, di prima fascia, quella dell’universitario di secondo fascia, quella del ricercatore. Poi c’è quella dell’ospedaliero, del primario (che non si chiama più così, ma la casacca continua ad essere sempre quella), poi quella del non apicale (brutta parola ma rende l’idea), poi quella dell’assistente in formazione o quella dello specializzando. Ce ne sarà qualche altra ma adesso ci sfugge. Ma non è finita qui. Ci sono casacche diverse anche nella stessa categoria. Ci sono diverse casacche tra i “primari” ospedalieri, ad esempio. Ci sono persino diverse casacche tra gli stessi colleghi di una stesa unità operativa.

Cosa fare? Non prenderla poi così tanto sul serio. La casacca, intendiamo. Soprattutto, come indicano Spinoza e il Taoismo, togliersela un po’ più spesso di dosso per raggiungere quel secondo, terzo grado di conoscenza, che non sarà proprio la salute del corpo, ma dell’anima, quella proprio sì.

Spinoza, il TAO e le casacche dei vascolari

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Post di Gaetano Lanza.

 

Tao

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C’è un filo sottile che unisce il pensiero occidentale a quello orientale. Basta leggere Fritjof Capra e il suo best seller Il Tao della Fisica, che è incentrato sullo stesso legame tra la visione del mondo della fisica moderna e le tradizioni filosofiche e religiose dell’Estremo Oriente, per rendersene conto. Ma gli esempi non languono nella storia. Prendiamo Spinoza, grande filosofo e pensatore del XVII secolo, olandese, ritenuto uno dei maggiori esponenti del razionalismo e antesignano dell’Illuminismo. Gli é stato dedicato persino un asteroide. La Chiesa cattolica inserì le sue opere tra i libri proibiti e lo condannò per blasfemia, perché proponeva la definizione di Dio come unica ed infinita sostanza. Spinoza era affetto da congeniti disturbi respiratori che furono aggravati dalla polvere di vetro inalata a lungo nell’intaglio delle lenti. Morì di tubercolosi nel 1677 a soli 44 anni. La sua eredità era così misera che la sorella Rebecca ritenne meno costoso respingerla. Per avvicinarsi a Dio, secondo Spinoza, bisogna seguire un percorso di disidentificazione, estraneazione da se stessi, per raggiungere quella che definiva “secondo o terzo grado di conoscenza”. E’ lo stesso percorso che indica la saggezza taoista.

Molti pensatori moderni, critici anche in senso costruttivo, parlano di meccanismi di “unidimensionalizzazione” della vita, per cui la persona appare come e vive come una sola dimensione, un solo profilo, pur se contraddistinto da una molteplicità di interessi e tipologie o esperienze esistenziali. In pratica indossiamo tutti una “casacca” che ci ricuciamo addosso, e a quella siamo e rimaniamo devoti per sempre, fino alla morte e anche dopo. Al punto che la casacca non solo ci contraddistingue, ma finisce per sostanziarci. A qualcuno o qualcuna viene messa anche sulla bara. C’ è la casacca del manager, del militare, del ragioniere, dell’artista, del professore, dell’alunno, mettete chi volete.

Secondo Spinoza e il Taoismo per pensare oggettivamente e raggiungere i gradi superiori della conoscenza è mandatorio togliere quella casacca e prendere enormi distanze da essa, da se stessi. Vale a dire estraniarsi da se stessi.

La mattina ci svegliamo e indossiamo la nostra personale casacca, sempre, tutti i giorni dell’anno, festivi compresi. Siamo ad essa devoti per l’eternità. Siamo disposti a pagare (non solo soldi) per essa. C’è chi dà la vita per la sua casacca. Qualcuno viene chiamato eroe. Qualche altro assassino, o fanatico.

Il chirurgo vascolare ha la sua casacca. Ma non è proprio sempre la stessa per ogni chirurgo vascolare. C’è quella dell’universitario, di prima fascia, quella dell’universitario di secondo fascia, quella del ricercatore. Poi c’è quella dell’ospedaliero, del primario (che non si chiama più così, ma la casacca continua ad essere sempre quella), poi quella del non apicale (brutta parola ma rende l’idea), poi quella dell’assistente in formazione o quella dello specializzando. Ce ne sarà qualche altra ma adesso ci sfugge. Ma non è finita qui. Ci sono casacche diverse anche nella stessa categoria. Ci sono diverse casacche tra i “primari” ospedalieri, ad esempio. Ci sono persino diverse casacche tra gli stessi colleghi di una stesa unità operativa.

Cosa fare? Non prenderla poi così tanto sul serio. La casacca, intendiamo. Soprattutto, come indicano Spinoza e il Taoismo, togliersela un po’ più spesso di dosso per raggiungere quel secondo, terzo grado di conoscenza, che non sarà proprio la salute del corpo, ma dell’anima, quella proprio sì.

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